Come i big data stanno cambiando le abitudini degli utenti digitali

redazione

Oggi come oggi è sempre più difficile immaginare un mondo senza tecnologie digitali. Ma non solo un mondo, anche la sola e semplice quotidianità. Proprio perché tutto è digitalizzato, tutto è in un byte, per fare una metafora. Ed ogni atto del nostro vivere quotidiano passa attraverso dati, analisi, elaborazioni e produzioni di bytes, gigantesche quantità giorno dopo giorno. E nel 2019, a questo proposito, la rivoluzione digitale ha raggiunto il suo punto più alto, con l’aumento, a dismisura, del numero delle fonti di produzione dei dati digitali, grazie anche a tecnologie come l’IoT o l’Intelligenza Artificiale: si parla, per questo, di Big Data. Di cosa si tratta?

Grandi Dati, questa la traduzione parola per parola, in riferimento ad un patrimonio di dati e informazioni di grosso volume, di grande velocità e di ampia varietà. Si tratta, semplicemente, di grossi contenitori di dati, fondamentali per contribuire a processi decisionali e all’automazione di processi. Un dato, preso in sé e per sé ed isolato, non ha alcun valore. Ma una serie di dati su un determinato fenomeno, argomento o su una semplice attività, sono decisivi per chi, come le aziende, utilizza queste fonti per crescere ed aumentare il proprio bacino.  I Big Data, in una sola parola, oggi sono la quotidianità e sono un valore aggiunto, se analizzati in maniera opportuna, dopo un preventivo lavoro di data governance e di data qualità. Ed oggi si sente parlare, ancor più spesso, di big data analytics, in riferimento ad un processo di raccolta e analisi di big data per informazioni utili ad un business. L’Italia, in questo campo, è stata pioniera.

abitudini degli utenti digitali

Infatti, secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio Big Data & Analytcs del Politecnico di Milano, nel 2019 il mercato Analytics ha raggiunto un valore di 1,7 miliardi di euro, in crescita del 23% rispetto allo scorso anno, oltre il doppio rispetto al 2015 (790 milioni), da cui è cresciuto con un tasso medio annuo del 21,3%. La maggior voce di spesa degli Analytics è rappresentata, per il 47%, dai software, suddivisi a loro volta in strumenti per la visualizzazione-analisi dei dati e soluzioni di integrazione, preparazione e governance. Il 20% degli investimenti, poi, è dedicato alle risorse infrastrutturali, sistemi per abilitare gli Analytics e fornire capacità di calcolo e storage ai sistemi aziendali, primo fra tutti il cloud. Un ulteriore 33% della spesa in analytics è destinato a servizi per la personalizzazione del software, l’integrazione con i sistemi aziendali e la consulenza per la riprogettazione dei processi. Chiaramente una strategia di big data analytics ha, alle sue spalle, un lavoro di preparazione, gestione e utilizzazione. Mission e vision, obiettivi e risultati, è tutta una questione di calcolo.

I Big Data sono utili, si diceva, a tutti i livelli. Un ottimo campione per un test è rappresentato dai casinò games e dalle abitudini degli utenti di farvi accesso: desktop o mobile? Domanda a cui è possibile rispondere analizzando, per l’appunto, i dati provenienti dai Big Data: emerge, così, con tutta chiarezza che gli utenti in Italia hanno scelto il mobile rispetto al desktop.  In 9 casi su 10, a chiarimento. Da uno studio settoriale sul segmento dei casinò online, per esempio, viene fuori che un colosso come Sisal, i cui milioni di visite sono quasi otto al mese, ha un rapporto Desktop/Mobile di 7.6 a 2.4. Tra i giochi di casinò “puri”, StarCasinò ha un rapporto Desktop/Mobile di 6.8 a 3.2. 888Casino.it presenta un rapporto quanto più simile a Snai, LeoVegas invece vede prevalere gli accessi via smartphone. Netbet invece ha un rapporto Desktop/Mobile di 6.5 a 3.5. Tra gli operatori, a maggioranza, stravince TIM. Una rivoluzione digitale che coi Big Data non ha più confini…

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