Gli ultimi Paesi al mondo ad aver concesso alle donne il diritto di voto nelle elezioni amministrative e politiche sono stati l’Arabia Saudita (nel 2015), il Kuwait (nel 2005), il Bahrein (2002) e il Qatar (2003). In Europa, l’ultimo Stato sovrano a introdurre il suffragio femminile a livello nazionale è stato il Liechtenstein nel 1984, preceduto dalla Svizzera nel 1971. L’unica eccezione assoluta oggi rimane la Città del Vaticano, dove la scelta del Pontefice è riservata esclusivamente ai cardinali elettori (sebbene Papa Francesco abbia aperto alla presenza di donne con diritto di voto al Sinodo dei Vescovi dal 2023).

Quando pensiamo al suffragio femminile tendiamo ad associare la lotta per il voto alle suffragette dell’Ottocento o ai primi del Novecento, dando per scontato che sia un traguardo storico consolidato ovunque da molte generazioni. La realtà è che per gran parte del mondo – compresi alcuni Paesi europei insospettabili – il diritto delle donne di recarsi alle urne è una conquista molto recente, arrivata tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI. Capire la cronologia di queste riforme aiuta a leggere meglio molte delle dinamiche sociali e geopolitiche odierne.
Quali sono gli ultimi Paesi al mondo ad aver concesso il voto alle donne?
Guardando all’intero pianeta, il percorso verso l’estensione del voto alle cittadine ha subito un forte ritardo soprattutto nella penisola arabica e in alcune monarchie del Golfo Persico.
- Arabia Saudita (2015): Nel dicembre del 2015 le donne saudite hanno potuto votare e candidarsi per la prima volta nelle elezioni municipali. La decisione era stata annunciata nel 2011 da Re Abdullah. Anche se le elezioni locali hanno poteri limitati rispetto al governo centrale della monarchia, l’evento ha rappresentato uno snodo simbolico e pratico fondamentale.
- Kuwait (2005): Il Parlamento kuwaitiano ha approvato l’emendamento alla legge elettorale nel maggio 2005. L’anno successivo, nel 2006, le donne del Paese hanno esercitato per la prima volta il loro diritto di voto alle elezioni parlamentari.
- Qatar (2003) e Bahrein (2002): Il Bahrein ha riconosciuto il suffragio universale nel 2002 in occasione delle prime elezioni parlamentari in quasi tre decenni, mentre il Qatar ha introdotto il voto femminile nel 2003 con la ratifica della nuova Costituzione.
- Oman (2003): L’Oman ha esteso il diritto di voto a tutti i cittadini sopra i 21 anni, comprese le donne, per l’elezione dell’Assemblea Consultiva (Majlis al-Shura) nel 2003 (in precedenza il voto era concesso solo a una ristretta élite scelta dal governo).
| Paese | Anno di concessione del voto | Tipo di elezione / Note principali |
| Liechtenstein | 1984 | Ultimo Paese in Europa a livello nazionale (tramite referendum) |
| Svizzera | 1971 (1990 cantonale) | Voto federale nel ’71; l’ultimo cantone (Appenzello Interno) si è adeguato nel ’90 |
| Oman | 2003 | Suffragio universale esteso a tutti i cittadini maggiorenni |
| Qatar | 2003 | Approvato tramite referendum costituzionale |
| Kuwait | 2005 | Approvazione parlamentare dopo anni di dibattiti |
| Arabia Saudita | 2015 | Prime elezioni municipali aperte alle elettrici e candidate |
E in Europa? Gli ultimi Paesi europei a introdurre il voto femminile
Se la storia recente del Medio Oriente viene spesso citata quando si parla di diritti civili, pochi ricordano quanto sia stato faticoso il percorso del suffragio universale nel cuore del continente europeo.
Il caso del Liechtenstein (1984)
Il Liechtenstein è stato l’ultimo Stato europeo ad accordare il diritto di voto alle donne a livello nazionale. La svolta è arrivata soltanto il 1° luglio 1984, a seguito di un referendum riservato ai soli elettori maschi, che ha visto la vittoria del “Sì” con un margine risicato (51,3% dei voti). I precedenti tentativi referendari del 1968 e del 1971 erano stati entrambi bocciati dagli uomini del Principato.
Il modello svizzero e la resistenza dei cantoni (1971 – 1990)
La Svizzera ha approvato il diritto di voto e di eleggibilità per le donne a livello federale il 7 febbraio 1971, con il 65,7% dei voti favorevoli nel referendum popolare mascolino. Tuttavia, a causa del forte federalismo svizzero, la misura non è entrata subito in vigore a livello locale in tutti i territori.
L’ultimo cantone a cedere è stato l’Appenzello Interno (Appenzell Innerrhoden): gli elettori maschi rifiutarono ripetutamente il voto alle donne nelle assemblee cittadine (Landsgemeinde). Soltanto nel novembre 1990 la Corte Suprema Federale svizzera ha imposto al cantone di conformarsi alla Costituzione federale, sancendo la fine di qualsiasi discriminazione di genere nelle urne locali.
Altri Paesi europei con traguardi tardivi
Tra le altre nazioni europee ad aver introdotto il suffragio femminile in epoca relativamente recente figurano:
- San Marino: le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1960, ma la piena eleggibilità alle cariche pubbliche è arrivata solo nel 1973.
- Portogallo: dopo alcune concessioni parziali e fortemente limitate durante il regime dell’Estado Novo, il suffragio universale paritario e incondizionato è stato garantito nel 1976, a seguito della Rivoluzione dei Garofani.
- Grecia: il diritto di voto paritario a livello nazionale è stato sancito nel 1952.
Casi particolari: che cosa succede in Città del Vaticano?
Una menzione a parte merita la Città del Vaticano. Essendo una monarchia assoluta teocratica, non vi si tengono elezioni politiche tradizionali né esiste un parlamento eletto dai cittadini.
L’unica consultazione assimilabile a un’elezione di Stato è il Conclave, l’assemblea formata dai membri del Collegio Cardinalizio che ha il compito di eleggere il Papa (che è anche Capo dello Stato della Città del Vaticano). Dal momento che il diritto canonico riserva il cardinalato unicamente al clero maschile, la nomina del Sovrano rimane preclusa alle donne.
Va tuttavia sottolineato un cambiamento istituzionale avvenuto negli ultimi anni: nell’aprile del 2023, Papa Francesco ha modificato il regolamento del Sinodo dei Vescovi, concedendo per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica il diritto di voto all’interno dell’assemblea anche a religiose e laiche nominate membri. Pur non trattandosi di un’elezione politica statale, la decisione rappresenta una svolta epocale nei meccanismi decisionali vaticani.
Gli errori più comuni e le incomprensioni storiche
Quando si affronta il tema del suffragio femminile, si tende a cadere in alcuni equivoci storiografici piuttosto diffusi:
- Confondere il voto limitato con il suffragio universale: In molti Paesi (come il Regno Unito nel 1918 o il Canada) le donne hanno potuto votare anni prima che il diritto venisse esteso a tutte le cittadine senza vincoli di censo, età elevata, istruzione o appartenenza etnica.
- Ignorare la differenza tra elettorato attivo e passivo: In diverse nazioni la legge ha accordato prima il diritto di votare (elettorato attivo) e soltanto in un secondo momento quello di potersi candidare per un seggio (elettorato passivo).
- Pensare che l’Italia sia arrivata tra le ultime: L’Italia ha introdotto il voto alle donne nel 1945 (con il decreto luogotenenziale n. 23/1945) e le cittadine hanno votato per la prima volta su scala nazionale al referendum istituzionale Monarchia-Repubblica e per l’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946. Pur arrivando dopo Paesi pioniere come la Nuova Zelanda (1893) o la Finlandia (1906), l’Italia si colloca nella media della maggior parte dei Paesi dell’Europa occidentale.
In breve
La strada verso il diritto di voto universale non si è conclusa nei primi decenni del Novecento, ma è proseguita fino ai giorni nostri. L’Arabia Saudita è stato l’ultimo Paese ad aprire le urne alle cittadine nel 2015, mentre in Europa la Svizzera (a livello cantonale nel 1990) e il Liechtenstein (1984) dimostrano come la conquista dei diritti politici abbia richiesto un percorso lungo e articolato anche nel cuore delle democrazie occidentali.

