La storia della democrazia ha un’anomalia clamorosa, rimasta visibile sotto gli occhi di tutti per secoli: per centinaia di anni, la parola “popolo” ha indicato solo gli uomini. Se oggi dare per scontato che una donna entri in un seggio sembra la cosa più naturale del mondo, fino a non molto tempo fa la realtà era radicalmente diversa. E con tempistiche che smentiscono molte delle nostre convinzioni su quali paesi fossero “avanti” e quali “indietro”.

Se chiedeste a qualcuno quale stato europeo ha concesso per ultimo il suffragio femminile a livello nazionale, la maggior parte delle persone scommetterebbe su qualche paese del sud o dell’est. La risposta corretta, invece, è la Svizzera. I cittadini elvetici – rigorosamente maschi – hanno votato contro il diritto di voto alle donne in un referendum del 1959, per poi approvarlo solo nel febbraio del 1971. In un piccolo cantone, l’Appenzello Interno, per vedere una donna alle urne locali si è dovuto attendere addirittura il 1990, e solo grazie a un intervento della Corte Suprema federale.
Le pioniere dei mari del Sud e la sorpresa scandinava
Il viaggio del voto femminile non è partito dai grandi salotti culturali della Parigi illuminista né dalle aule parlamentari di Londra, ma dagli angoli più remoti del pianeta.
Nel 1893, la Nuova Zelanda divenne il primo paese autogovernato al mondo ad estendere il diritto di voto a tutte le donne adulte, grazie a una petizione titanica guidata da Kate Sheppard, arrivata in parlamento srotolata come un enorme papiro di carta lungo centinaia di metri. Le donne neozelandesi votarono per la prima volta nel novembre di quello stesso anno, sfidando i timori dei conservatori che predicevano il crollo della famiglia tradizionale.
In Europa, la vera apripista fu la Finlandia nel 1906. All’epoca era un granducato sotto l’Impero Russo, ma fece un passo ancora più radicale della Nuova Zelanda: non solo concesse il voto, ma garantì alle donne il diritto di candidarsi. L’anno successivo, diciannove donne vennero elette nel parlamento finlandese, segnando un primato mondiale assoluto.
Tra guerre, strategie e svolte inaspettate
L’avanzata verso le urne non è stata un processo lineare, ma un mosaico di compromessi politici, rivendicazioni di piazza e sconvolgimenti bellici. Spesso, la concessione del voto non arrivava per puro spirito illuminato, ma per calcoli di opportunità o come riconoscimento dopo enormi sforzi collettivi.
- Regno Unito (1918 e 1928): Le suffragette combatterono battaglie durissime, ma la prima legge del 1918 concesse il voto solo alle donne sopra i 30 anni che possedevano determinati requisiti patrimoniali. Per la totale parità d’età con gli uomini (21 anni) si dovette attendere il 1928.
- Stati Uniti (1920): Il 19° Emendamento ratificò il diritto su scala nazionale, ma nei fatti molte donne afroamericane e native continuorono a subire discriminazioni e ostacoli burocratici ai seggi per decenni.
- Italia (1945 e 1946): Il decreto arrivò il 1° febbraio 1945, a guerra ancora in corso nel nord. Le italiane votarono per la prima volta nelle amministrative della primavera 1946 e poi, in massa, al famoso Referendum Monarchia-Repubblica del 2 giugno.
A metà del Novecento accadde poi qualcosa di inatteso nel panorama geopolitico: paesi considerati tradizionalisti superarono a sinistra democrazie ben più blasonate. Il Brasile, ad esempio, introdusse il voto femminile nel 1932, oltre un decennio prima dell’Francia, dove le donne dovettero aspettare la fine della seconda guerra mondiale, nel 1944.
Il peso delle ultime barriere
Negli ultimi decenni del XX secolo e all’inizio del XXI, la mappa si è quasi del tutto completata, lasciando indietro solo poche sacche resistenti. Il Liechtenstein ha approvato il suffragio femminile solo nel 1984, dopo due referendum falliti negli anni ’70.
Spostandosi in Medio Oriente, il Kuwait ha riconosciuto l’elettorato attivo e passivo alle donne nel 2005, mentre l’Arabia Saudita ha aperto le urne alle cittadine unicamente nel dicembre del 2015, e limitatamente alle elezioni municipali.
Guardare le date sulla cronologia del voto femminile mostra chiaramente che i diritti civili non seguono mai una linea retta, ma avanzano a strappi, accelerazioni improvvise e lentezze sconcertanti.

