Netflix e le serie “da distrazione”: il caso I Will Find You riapre il dibattito

Guardare una serie TV tenendo d’occhio le notifiche di Instagram o i messaggi su WhatsApp è ormai la normalità per milioni di spettatori. Questa abitudine, nota come second screen, sta cambiando radicalmente il modo in cui le produzioni dello streaming vengono scritte e realizzate. L’ultimo esempio è I Will Find You, il nuovo thriller targato Netflix e tratto dall’ennesimo bestseller di Harlan Coben, che si preannuncia già come il perfetto guilty pleasure stagionale, ma che porta con sé un’aspra polemica industriale.

Al centro del dibattito c’è una precisa scelta di scrittura: la ripetizione ossessiva della trama all’interno dei dialoghi. Una tecnica che sembra pensata appositamente per non far perdere il filo a chi alza gli occhi dallo schermo solo ogni tre minuti.

Il caso Harlan Coben: la trama spiegata sei volte

La trama di I Will Find You ricalca i canoni classici dell’universo di Coben. David Burroughs (interpretato da Sam Worthington) è un ex professore di legge che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio del figlio, un crimine che dichiara di non aver commesso. Cinque anni dopo, la cognata (Britt Lower) gli mostra una foto scattata in un parco divertimenti: sullo sfondo c’è un bambino con una voglia identica a quella del figlio creduto morto. Da qui scatta l’evasione e una caccia alla verità che coinvolge l’FBI, boss locali e misteriose famiglie filantropiche.

Il problema strutturale della serie, evidenziato dalla critica, non sta tanto nelle inverosimili coincidenze, quanto nella sua struttura narrativa “frazionata”. Con ben quattro gruppi di personaggi che inseguono contemporaneamente le stesse piste, la serie si ritrova a ripetere i medesimi dettagli e nomi a ogni cambio di scena. Una scelta che trasforma un thriller potenzialmente serrato in un loop di spiegazioni continue.

La smentita dei vertici e l’effetto “Matt Damon”

Il dibattito sulla scrittura “anti-distrazione” non è nuovo. Qualche tempo fa, l’attore Matt Damon aveva sollevato il velo sulla questione, dichiarando in un podcast che i colossi dello streaming chiedono esplicitamente agli sceneggiatori di “ribadire la trama tre o quattro volte nei dialoghi” per andare incontro al pubblico multitasking.

Le dichiarazioni avevano costretto Dan Lin, capo della divisione cinematografica di Netflix, a una smentita pubblica, dichiarando che una simile regola non è mai esistita nei manuali dell’azienda. Eppure, la struttura di I Will Find You sembra smentire i vertici della piattaforma, dimostrando come la TV riempitiva (o ambient TV) stia diventando un vero e proprio standard produttivo per catturare l’attenzione frammentata degli utenti mobile.

Cosa cambia per il pubblico italiano

Per gli spettatori italiani, i prodotti nati dalla penna di Harlan Coben (da The Stranger a Un inganno di troppo) rappresentano da anni una certezza nei primi posti della top 10 di Netflix. Sono serie adatte al “binge watching” del fine settimana, capaci di intrattenere senza richiedere uno sforzo cognitivo elevato.

Tuttavia, questo modello solleva un dubbio sul futuro dell’intrattenimento pop: se le serie vengono scritte per essere fruite mentre si fa altro, che fine fa la qualità della scrittura? I Will Find You si salva grazie a un cast solido – che vede impegnati anche Milo Ventimiglia e Chi McBride – e alla regia esperta di veterani come Brad Anderson. Ma resta il sintomo di uno streaming che, pur di non perdere l’utente distratto dallo smartphone, preferisce spiegare le cose sei volte piuttosto che rischiare di non essere capito.

By Gino Santonastaso

Segue cinema, serie TV, streaming e cultura pop. Su ItaliaGlobale cura contenuti su piattaforme come Netflix, Prime Video e Disney+, saghe cinematografiche, finali spiegati, personaggi e tendenze dell’intrattenimento digitale.

Leggi anche