Chi guarda La La Land per la prima volta riconosce subito un sapore antico, ma collocarlo con esattezza richiede uno sguardo più attento. Damien Chazelle non ha adattato un testo preesistente, bensì ha costruito un mosaico di influenze cinematografiche e autobiografiche ben precise.
La La Land è ispirato principalmente ai musical francesi di Jacques Demy (Les Parapluies de Cherbourg e Les Demoiselles de Rochefort), ai classici hollywoodiani dell’epoca d’oro MGM come Singin’ in the Rain, e alle reali difficoltà vissute dal regista Damien Chazelle e dal compositore Justin Hurwitz durante i loro primi anni a Los Angeles.

Il cuore francese: l’influenza di Jacques Demy
Un errore comune di chi analizza il film è fermarsi alla superficie di Fred Astaire e Ginger Rogers. Se la grazia dei passi a due rimanda senza dubbio a quella tradizione, la struttura drammaturgica e la palette cromatica guardano altrove: alla Francia degli anni Sessanta.
Chazelle ha dichiarato più volte che il modello primario per il tono agrodolce è Les Parapluies de Cherbourg (1964). Da Demy, il regista riprende:
- L’uso di colori saturi primari e secondari sparati su scenografie reali;
- Una colonna sonora che guida il montaggio invece di seguirlo passivamente;
- Il nucleo tematico centrale: due persone che si amano profondamente ma che devono lasciarsi andare per permettere all’altro di realizzarsi.
In parallelo, l’energia corale dell’apertura su strada (Another Day of Sun) cita apertamente il prologo sul ponte trasbordatore di Les Demoiselles de Rochefort (1967), dove la gioia del movimento nasce dal traffico quotidiano e dall’attesa.
I tributi all’età dell’oro di Hollywood
Sul piano visivo e tecnico, l’ispirazione americana pesca a piene mani dal catalogo Technicolor della Metro-Goldwyn-Mayer e della RKO.
La passeggiata notturna a Griffith Park rievoca le coreografie eleganti di The Band Wagon (1953, con Fred Astaire e Cyd Charisse nella celebre sequenza di Dancing in the Dark), privilegiando campi lunghi e riprese continue per mostrare il corpo intero dei ballerini senza spezzare l’azione con stacchi continui di montaggio. La sequenza del sogno finale è invece una diretta derivazione del lungo balletto astratto di Un americano a Parigi (1951), dove la scenografia diventa una tela teatrale dipinta che ripercorre i bivi non presi dai protagonisti.
C’è poi un’influenza extra-musical da non trascurare: Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata, 1955). L’appuntamento all’Osservatorio Griffith non è solo una citazione cinefila per il pubblico, ma un elemento narrativo esplicito che lega la geografia della città alla crescita del rapporto tra Mia e Sebastian.
Storia vera o pura finzione? L’origine autobiografica
Sul web ricorre spesso il dubbio se La La Land racconti una storia vera. Non si tratta di una biografia o di un fatto di cronaca specifico, ma il contesto emotivo è rigorosamente autentico.
Chazelle e Hurwitz hanno concepito il progetto intorno al 2010, mentre condividevano un appartamento a Los Angeles affrontando provini a vuoto, sceneggiature rifiutate e ingaggi precari nei locali jazz. L’umiliazione delle audizioni subite da Mia – interrotte dall’assistente di turno o ignorate dai direttori di casting – attinge direttamente a episodi capitati a Chazelle o a Ryan Gosling ed Emma Stone agli esordi delle rispettive carriere.
La scelta del formato Cinemascope panoramico (in rapporto 2.55:1, tipico degli anni Cinquanta) serve proprio a questo contrasto: dilatare al massimo l’orizzonte visivo per raccontare la solitudine schiacciante di chi cerca di affermarsi in una metropoli dispersiva.
Domande frequenti
La La Land è tratto da uno spettacolo di Broadway?
No. Non nasce come adattamento teatrale, ma come sceneggiatura originale scritta da Damien Chazelle nel 2010. Il percorso è stato inverso: solo dopo il successo cinematografico del 2016 sono stati avviati progetti per portarlo sui palcoscenici teatrali.
Chi ha composto le musiche originali e cosa le ha ispirate?
Le musiche sono state composte da Justin Hurwitz, compagno di stanza di Chazelle all’Università di Harvard. Hurwitz si è ispirato al jazz modale, alle partiture sinfoniche di Michel Legrand e alle orchestrazioni tradizionali registrate dal vivo con orchestra in sala.
In che senso il finale cita “Les Parapluies de Cherbourg”?
Entrambi i film rifiutano il lieto fine convenzionale del musical classico. Il finale mostra come il successo professionale dei protagonisti richieda il sacrificio del loro legame sentimentale, chiudendosi su uno sguardo silenzioso di intesa a distanza di anni.
Per comprendere a fondo la grammatica visiva di Chazelle, il passaggio più utile resta recuperare Les Parapluies de Cherbourg di Jacques Demy e Spettacolo di varietà (The Band Wagon) di Vincente Minnelli: solo mettendo a confronto queste due matrici si coglie dove finisce l’omaggio nostalgico e dove comincia la rilettura moderna.
Fonti di riferimento e approfondimenti storici:
- Interviste di archivio a Damien Chazelle e Justin Hurwitz sul processo creativo (The Hollywood Reporter, Sight & Sound BFI).
- Saggi critici sul musical classico e moderno curati dal British Film Institute.

