A dicembre 2025 Matteo Salvini ha scritto sui social che “assistenti sociali, avvocati e giudici sono sempre attesi nei campi Rom abusivi di tutta Italia”, lasciando intendere che semplicemente non ci vadano mai. La frase ha fatto il giro dei giornali, ma la realtà raccontata da chi lavora sul territorio è più articolata di uno slogan.
Risposta diretta: non è vero che i servizi sociali evitino sistematicamente i campi rom. Nei 102 insediamenti formali censiti in Italia gli operatori sociali sono spesso presenti in modo stabile; l’accesso diventa invece discontinuo e complicato negli insediamenti informali e abusivi, per ragioni legali, logistiche e di sicurezza — non per scelta degli assistenti sociali.

Cosa sono davvero i “campi rom” in Italia, in cifre
Il primo equivoco riguarda i numeri. Secondo il rapporto 2024 di Associazione 21 luglio, in Italia vivono nei campi e negli insediamenti circa 11.100 persone rom e sinte, lo 0,02% della popolazione, in calo del 53% rispetto al 2016. Di queste, circa 4.931 sinti abitano nelle 64 “macroaree” e 5.649 rom nelle 38 baraccopoli formali, distribuite in 75 comuni di 13 regioni; altre circa 2.000 persone vivono in insediamenti informali non censiti ufficialmente. Il 65% ha cittadinanza italiana, il 55% è minorenne.
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Un punto che si perde spesso nel dibattito pubblico: la popolazione rom e sinta complessiva presente in Italia è molto più ampia di questi 11.100, perché la grande maggioranza vive in case normali, non in insediamenti — per una stima aggiornata del totale conviene verificare direttamente [FONTE: Associazione 21 luglio, portale ilpaesedeicampi.it]. Chi vive nei campi è quindi una minoranza dentro una minoranza, ma è quella minoranza a finire quasi sempre nelle cronache.
Da dove nasce l’idea che “non ci vadano mai”
La dichiarazione di Salvini è arrivata a margine di un caso completamente diverso — la separazione di tre bambini da una famiglia che viveva in un casolare isolato nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti (vicenda raccontata da Ansa). Il vicepremier ha usato i campi rom come termine di paragone politico, non come constatazione basata su dati o ispezioni. È un meccanismo retorico ricorrente: si prende un episodio isolato e lo si trasforma in regola generale. Nella pratica, però, gli operatori sociali negli insediamenti autorizzati ci lavorano ogni giorno, spesso in presidi fissi gestiti insieme a cooperative ed enti del terzo settore — è il caso, ad esempio, del campo di via Idro a Milano, seguito da Farsi Prossimo, Fratelli di San Francesco d’Assisi e Casa della Carità.
La differenza che conta davvero: autorizzato o abusivo
Qui si annida il vero spartiacque, quello che le polemiche politiche tendono a ignorare. Non è la parola “rom” a determinare se un servizio sociale entra o meno in un insediamento, ma il suo status giuridico.
Nei campi autorizzati dai comuni, la presenza di assistenti sociali e mediatori culturali fa parte del pacchetto di gestione ordinaria, insieme ad acqua, elettricità, raccolta rifiuti e — nella maggior parte dei casi — trasporto scolastico per i minori, come documentato da Sky TG24. C’è un regolamento, ci sono criteri di ammissione, c’è un referente riconosciuto (il cosiddetto “capo campo”) che fa da tramite con le istituzioni. In questo contesto l’accesso dei servizi non è un’eccezione, è la normalità operativa.
Negli insediamenti informali e abusivi cambia tutto. Non esiste un ente che li gestisce, non c’è un registro degli abitanti, spesso non c’è nemmeno un indirizzo riconosciuto. E qui arriva un dettaglio che molti sottovalutano: senza residenza anagrafica diventa impossibile iscriversi al servizio sanitario nazionale in modo ordinario, il che significa che il primo contatto con i servizi passa quasi sempre dal pronto soccorso o da presidi sanitari mobili, non da un percorso assistenziale programmato — una dinamica descritta bene nel rapporto Fuoricampo di Medici Senza Frontiere per gli insediamenti informali in generale.
Gli ostacoli concreti, uno per uno
Le ragioni per cui l’accesso resta difficile negli insediamenti informali non sono un mistero, e non hanno a che fare con la volontà degli operatori:
- Instabilità dell’insediamento. Un campo abusivo può essere oggetto di sgombero in qualsiasi momento; costruire una relazione di fiducia con famiglie che sanno di poter essere spostate senza preavviso è complicato, e spesso il lavoro fatto in mesi viene azzerato da un giorno all’altro.
- Isolamento geografico. Molti insediamenti, anche quelli autorizzati, sorgono nelle periferie estreme delle città, vicino a discariche o aree a rischio idrogeologico, come segnala Casa della Carità. Significa meno mezzi pubblici, più tempo per ogni visita, meno visite a parità di organico — un problema logistico banale che però pesa parecchio nel calcolo quotidiano di chi deve coprire un territorio ampio con poche persone.
- Assenza di un interlocutore stabile. Senza un referente riconosciuto, ogni intervento richiede di ricostruire da zero i rapporti di fiducia, e la mediazione culturale — quando c’è — non basta sempre a colmare la distanza.
- Diffidenza reciproca, costruita negli anni. Chi ha vissuto sgomberi ripetuti associa spesso la presenza di un’istituzione a un possibile allontanamento, non a un aiuto. Non è un’ostilità verso i servizi sociali in sé: è una reazione imparata da esperienze concrete, e va letta come tale.
- Carenza di organico, un problema che riguarda i servizi sociali italiani in generale e che negli insediamenti informali si fa sentire di più perché ogni intervento richiede più tempo e risorse della media — su questo punto le fonti disponibili non danno numeri specifici per il solo ambito rom, quindi meglio restare sul generale.
Su quest’ultimo punto, in particolare, le fonti non sono unanimi e i dati variano molto da comune a comune: alcuni territori hanno presìdi sociali stabili anche in insediamenti non ancora regolarizzati, altri arrivano solo su segnalazione o in emergenza.
Cosa succede davvero quando c’è una segnalazione
Quando in un insediamento — autorizzato o meno — arriva una segnalazione che riguarda un minore (abbandono scolastico, rischio di maltrattamento, condizioni igienico-sanitarie gravi), il meccanismo è lo stesso previsto ovunque in Italia: i servizi sociali del comune competente attivano una valutazione, che può coinvolgere il tribunale per i minorenni se emergono elementi di pregiudizio. La differenza pratica rispetto a un quartiere ordinario sta nei tempi e nei mezzi necessari per arrivare, non nella procedura in sé, che resta la medesima prevista dalla normativa su tutela dei minori — un ambito dove conviene sempre verificare il caso specifico con il servizio sociale territoriale o un legale, perché ogni situazione ha elementi propri che una guida generale non può coprire.
Perché si parla di “superamento dei campi”
Da anni le associazioni del settore — 21 luglio in testa — e diversi piani comunali, incluso il Piano d’Azione Cittadino di Roma 2023-2026, puntano non a “migliorare” i campi ma a superarli, spostando le famiglie in alloggi ordinari dentro il tessuto urbano. La logica è semplice: finché l’abitazione resta segregata in un’area a parte, isolata e spesso priva di indirizzo ufficiale, anche il miglior servizio sociale del mondo lavorerà in condizioni più difficili di quelle che troverebbe in un normale quartiere. Il problema, insomma, non è tanto “chi ci va” quanto il modello abitativo che rende ogni intervento più complicato del necessario.
Domande frequenti
È vero che gli assistenti sociali non entrano mai nei campi rom? No. Nei campi autorizzati sono spesso presenti in modo stabile, come parte della gestione ordinaria. L’accesso diventa discontinuo soprattutto negli insediamenti informali e abusivi, per motivi legali e logistici, non per scelta degli operatori.
Qual è la differenza principale tra campo autorizzato e insediamento abusivo? Il campo autorizzato ha un regolamento comunale, un referente riconosciuto e servizi strutturati. L’insediamento abusivo non ha gestione ufficiale, è soggetto a sgomberi ed è privo di un indirizzo riconosciuto, il che complica ogni intervento.
Chi decide se un servizio sociale interviene in un insediamento rom? Il comune competente per territorio, in base a segnalazioni o alla presenza di un presidio stabile già attivo. Nei casi che coinvolgono minori a rischio può intervenire anche il tribunale per i minorenni, secondo le procedure ordinarie.
Perché alcuni insediamenti non hanno accesso alla sanità pubblica? Perché senza residenza anagrafica non ci si può iscrivere al servizio sanitario nazionale nel modo ordinario. Molte persone finiscono per ricorrere al pronto soccorso o a presidi sanitari mobili, invece di un percorso di cura continuativo.
Cosa significa in pratica “superare i campi”? Significa smettere di concentrare le famiglie in aree separate e trasferirle in alloggi ordinari nel tessuto urbano, come previsto da diversi piani comunali. L’obiettivo è rendere l’accesso ai servizi una condizione normale, non un’eccezione da organizzare caso per caso.
Un’ultima osservazione
La frase “gli assistenti sociali non vanno nei campi rom” funziona bene come titolo polemico perché è semplice e indigna. Ma le condizioni che rendono davvero difficile il lavoro sociale in certi insediamenti — assenza di indirizzo, instabilità abitativa, isolamento geografico — sono le stesse che rendono difficile qualunque altro tipo di intervento pubblico, dalla scuola alla sanità. Cambiare quelle condizioni, più che ripetere lo slogan, è quello su cui si misurano davvero i risultati.
Per informazioni sul funzionamento dei servizi sociali nel proprio comune, o su casi specifici che coinvolgono minori, è sempre consigliabile rivolgersi direttamente al servizio sociale territoriale competente o a un legale.
Fonti:
- Ansa – la dichiarazione di Salvini e il contesto
- AgenSIR – dati Associazione 21 luglio 2024
- Sky TG24 – come funzionano i campi rom in Italia
- Medici Senza Frontiere – rapporto Fuoricampo
- Casa della Carità – campi nomadi, perché superarli
- Comune di Roma – Piano d’Azione per il superamento del Sistema Campi 2023-2026

