Bere due o tre tazze di caffè al giorno potrebbe aiutare a ridurre il rischio di sviluppare demenza. Ma con una precisazione importante: il beneficio non vale per il decaffeinato. È quanto emerge da una grande ricerca scientifica tornata al centro del dibattito in queste ore, dopo l’analisi di dati raccolti su oltre 130 mila persone seguite per decenni.
Una notizia che interessa milioni di italiani, non solo per l’amore nazionale verso il caffè, ma perché tocca un tema sempre più centrale: la salute del cervello con l’avanzare dell’età.

Cosa hanno scoperto davvero i ricercatori
Secondo lo studio, chi consuma da 2 a 3 tazze di caffè con caffeina al giorno mostra un rischio significativamente più basso di sviluppare demenza rispetto a chi non ne beve affatto. Lo stesso effetto protettivo è stato osservato anche con una o due tazze di tè contenente caffeina.
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Il dato che colpisce di più riguarda però il caffè decaffeinato, che non mostra lo stesso beneficio. Un dettaglio che suggerisce come il ruolo chiave non sia solo il gesto o l’abitudine, ma proprio la presenza della caffeina e di altre sostanze bioattive associate.
Lo studio ha seguito circa 132.000 persone per oltre 40 anni, un arco temporale raramente così ampio in questo tipo di ricerche. Un elemento che rafforza il peso dei risultati e li rende difficili da ignorare.
Perché questa notizia è importante proprio ora
La demenza è una delle sfide sanitarie più rilevanti dei prossimi decenni. L’invecchiamento della popolazione, anche in Italia, rende sempre più urgente individuare fattori di prevenzione accessibili, sostenibili e quotidiani.
In questo contesto, una bevanda comune come il caffè — già oggetto di numerosi studi su cuore, metabolismo e longevità — torna al centro dell’attenzione. Non come “cura miracolosa”, ma come possibile alleato nella prevenzione.
Il fatto che la ricerca stia circolando proprio in questi giorni ha riacceso il dibattito tra esperti, medici e nutrizionisti: quanto incidono davvero le nostre abitudini quotidiane sulla salute cerebrale a lungo termine?
Caffeina, cervello e memoria: cosa potrebbe spiegare l’effetto
Gli scienziati ipotizzano che la caffeina possa avere un ruolo nel:
- migliorare la vigilanza e l’attività neuronale
- ridurre l’infiammazione cerebrale
- favorire una maggiore “resilienza” del cervello nel tempo
Ma non è solo la caffeina a essere sotto osservazione. Il caffè contiene anche polifenoli e antiossidanti, sostanze che potrebbero contribuire a proteggere le cellule nervose dall’invecchiamento.
Il fatto che il decaffeinato non mostri lo stesso effetto rafforza però l’idea che la caffeina sia un elemento chiave, o quantomeno un attivatore fondamentale di questi meccanismi.
Cosa cambia per le persone nella vita quotidiana
La notizia non invita ad aumentare drasticamente il consumo di caffè, né a considerarlo una strategia preventiva assoluta. Ma per chi già beve caffè ogni giorno, il messaggio è rassicurante: un consumo moderato non solo non è dannoso, ma potrebbe essere utile.
Due o tre tazzine al giorno rientrano già nelle abitudini di moltissime persone. Lo stesso vale per il tè, che emerge come valida alternativa per chi preferisce una bevanda meno intensa.
Resta però una regola fondamentale: l’equilibrio. Un consumo eccessivo di caffeina può avere effetti collaterali, soprattutto su sonno e pressione.
Quali sviluppi aspettarsi nei prossimi mesi
Gli autori dello studio sottolineano che saranno necessari ulteriori approfondimenti per chiarire i meccanismi biologici e stabilire linee guida più precise. Ma è probabile che nei prossimi mesi nuove ricerche si concentrino proprio sul legame tra alimentazione, bevande e salute cognitiva.
Intanto, il tema è destinato a restare al centro dell’attenzione, soprattutto in un momento storico in cui prevenzione e qualità della vita contano più che mai.
In sintesi
Bere caffè con caffeina, in quantità moderate, potrebbe essere associato a un rischio più basso di demenza. Non è una soluzione definitiva, ma un tassello in più per capire come le scelte quotidiane possano influenzare il futuro della nostra salute mentale.
E mentre la ricerca continua, una cosa è certa: la tazzina del mattino non è più solo una questione di gusto.
