Giovanni Giamminola: “L’AI è apolitico. È inevitabile.”

L’AI è apolitico

È stato così anche per la scrittura. Per la stampa, per la corrente alternata, per Internet. Ogni salto evolutivo viene accolto prima con sarcasmo, poi con paura. Solo dopo diventa ovvio. L’intelligenza artificiale oggi è esattamente in quella zona grigia: troppo nuova per essere compresa, troppo potente per essere ignorata.

Giovanni Giamminola lo sa bene. Manager, innovatore, ex CEO con vent’anni di esperienza tra Europa e Nord America, Giamminola ha vissuto le trasformazioni aziendali da dentro. E oggi, con Il Manager Potenziato, firma un libro che è più di un saggio: è un trattato sulla nuova condizione umana nell’era dell’AI. Ma senza ideologie, senza tifoserie, senza retorica.

L’AI è apolitico

“L’intelligenza artificiale non è di destra né di sinistra. È inevitabile.” È una frase che potrebbe apparire sterile, se non fosse che dietro c’è un ragionamento esplosivo: l’AI non è una tecnologia da adottare. È una lente con cui il potere, la competenza e l’identità stessa vengono riscritti.


“Non è un software da installare, ma un nuovo modo di pensare.” In un mondo ossessionato dal tool giusto, Giamminola rimette al centro l’essere umano. Il libro nasce da un’urgenza che lui definisce “darwiniana”: non sopravviverà il più forte, ma chi si adatta più in fretta alla nuova logica cognitiva.

L’analogia è chiara: l’AI è il nostro System Zero, un’estensione della mente che sfida il primato del pensiero razionale. Non è solo una questione di efficienza. È un nuovo patto tra l’uomo e la macchina. E ogni azienda, ogni manager, ogni amministratore dovrà fare i conti con questo.

Chi resta ancorato ai vecchi modelli mentali, è già fuori gioco.


Il problema, secondo Giamminola, è sistemico. “Le aziende falliscono sull’AI non per incompetenza tecnica, ma per analfabetismo cognitivo, emotivo e culturale.” I manager cercano risposte nei numeri, nei report, nei modelli predittivi, ma ignorano la cosa più importante: la mente umana non è pronta a cedere il controllo. L’AI non fa paura perché è pericolosa. Fa paura perché è migliore di noi in molti campi in cui ci siamo identificati per secoli.

Un radiologo che perde contro una macchina non perde solo il lavoro. Perde la sua identità.

Ecco allora perché l’adozione dell’AI, per funzionare davvero, deve essere accompagnata da un ripensamento radicale della leadership. Il CEO, l’imprenditore, l’amministratore delegato devono essere i primi a cambiare. Non nella tecnologia. Nel cervello.


“Mi occupo di aziende, non di algoritmi,” chiarisce Giamminola. “Non mi interessa l’AI come strumento tecnico, ma come catalizzatore sociale.” E la neutralità ideologica è il primo passo per affrontarla con lucidità.

Oggi l’AI è ostaggio di due narrazioni tossiche. Da una parte, chi la mitizza come soluzione a tutto. Dall’altra, chi la demonizza come strumento disumanizzante. Entrambi gli approcci sbagliano bersaglio. Perché l’AI non è né una cura, né una malattia. È una mutazione evolutiva ineluttabile.

E in quanto tale, richiede un nuovo linguaggio del potere. Non più autoritario, verticale, controllante. Ma distribuito, adattivo, co-creativo.

Lo so, è scomodo dirlo. Ma è proprio qui che si gioca tutto.


C’è anche una questione reputazionale. Le aziende che sbagliano approccio pagano un prezzo non solo in efficienza, ma in fiducia. Gli agenti intelligenti stanno per ricevere la delega all’acquisto. Una volta che demandiamo alle AI la selezione dei prodotti, delle fonti, dei fornitori, la reputazione aziendale non sarà più una questione di brand, ma di verità.

E la verità, in un mondo iperconnesso e iperlogico, sarà spietata, perché è quella dei dati.

“Non venderemo più perché convinciamo, ma perché veniamo selezionati.”


A questo punto, la vera domanda è: quanto siamo disposti a cambiare per non essere superati? Giamminola non offre comfort, né formule magiche. Ma una diagnosi fredda: chi non ripensa il proprio mindset, è destinato a fallire. E chi politicizza l’intelligenza artificiale, la subisce.

La sua proposta non è ideologica. È strategica. Uscire dai dualismi e rientrare nel reale. Abbandonare il feticismo delle soluzioni e accettare l’inizio di una nuova era epistemologica, in cui governare l’AI significa, prima di tutto, comprendere se stessi.

Non serve prendere posizione. Serve posizionarsi.


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By Antonio Capobianco

Autore e articolista con una passione per l’informazione chiara, verificata e accessibile. Scrivo per aiutare i lettori a orientarsi tra notizie, approfondimenti e curiosità che contano davvero. Mi occupo di attualità, tecnologia, cultura digitale e tutto ciò che ha un impatto reale sul nostro quotidiano. Il mio obiettivo? Offrire contenuti utili, ben documentati e scritti con un linguaggio semplice ma autorevole.

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