Dormire tardi potrebbe costare caro al cuore. Nelle ultime ore uno studio statunitense, basato su un ampio database britannico, ha acceso i riflettori su un legame preoccupante: le persone “serali”, i cosiddetti nottambuli, mostrano un rischio più elevato di infarto e ictus. A essere più esposte, secondo i ricercatori, sarebbero soprattutto le donne.

Cosa è emerso davvero dallo studio
La ricerca, condotta da un team americano e pubblicata in questi giorni su una rivista scientifica internazionale, ha analizzato i dati di centinaia di migliaia di adulti raccolti dalla UK Biobank, uno dei più grandi archivi sanitari al mondo.
I partecipanti sono stati classificati in base al loro cronotipo: mattinieri, intermedi o serali. Incrociando queste informazioni con gli eventi cardiovascolari registrati negli anni successivi, i ricercatori hanno osservato una tendenza chiara. Chi tende ad andare a dormire tardi e a svegliarsi più tardi mostra un rischio significativamente maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari rispetto a chi ha ritmi più mattutini.
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Il dato che ha colpito di più riguarda il genere: l’aumento del rischio appare più marcato nelle donne, anche a parità di età, stile di vita e condizioni di salute di partenza.
Non è “colpa” del sonno notturno, e questo cambia tutto
Un punto chiave dello studio, spesso travisato nei primi commenti online, è questo: non è il dormire di notte in sé a fare male al cuore. I ricercatori sottolineano che il problema non è l’orario biologico, ma il disallineamento cronico tra il ritmo naturale della persona e gli orari imposti dalla società.
In altre parole, molti nottambuli sono costretti a svegliarsi presto per lavoro o famiglia, accumulando nel tempo una sorta di “jet lag sociale”. Questo squilibrio può influire negativamente su pressione sanguigna, metabolismo, livelli di stress e infiammazione, tutti fattori legati al rischio cardiovascolare.
Perché la notizia è importante proprio ora
Negli ultimi anni il tema del sonno è diventato centrale nella prevenzione sanitaria, ma spesso si è parlato solo di quantità di ore dormite. Questo studio aggiunge un tassello nuovo: conta anche quando dormiamo e quanto il nostro ritmo naturale viene rispettato.
In un contesto in cui smart working, turni flessibili e lavoro serale sono sempre più diffusi, il dato solleva interrogativi concreti sulle abitudini quotidiane di milioni di persone. Soprattutto per le donne, che spesso devono conciliare lavoro, famiglia e carichi mentali elevati, il prezzo biologico potrebbe essere più alto di quanto si pensasse.
Cosa cambia per le persone comuni
La ricerca non invita a “forzarsi” a diventare mattinieri, ma suggerisce maggiore attenzione alla coerenza dei ritmi. Ridurre la distanza tra orari di sonno nei giorni lavorativi e nel weekend, limitare l’esposizione alla luce artificiale di notte e favorire routine più stabili sono strategie che potrebbero fare la differenza.
Per i medici, invece, il messaggio è chiaro: il cronotipo potrebbe diventare un fattore da considerare nella valutazione del rischio cardiovascolare, soprattutto nelle pazienti donne.
Gli scenari futuri: più prevenzione, meno colpevolizzazione
Gli autori dello studio parlano apertamente della necessità di ulteriori ricerche, in particolare per capire perché le donne risultino più vulnerabili e quali interventi possano ridurre il rischio senza stravolgere la vita quotidiana.
Nel frattempo, il dibattito è aperto. In queste ore il tema sta circolando anche tra cardiologi e specialisti del sonno, con una domanda di fondo: la società è davvero costruita per rispettare i ritmi biologici di tutti?
In sintesi
Dormire tardi non è una colpa, ma ignorare i segnali del corpo potrebbe avere conseguenze. Questo nuovo studio suggerisce che il cronotipo serale, soprattutto se costretto a ritmi innaturali, può aumentare il rischio di infarto e ictus, in particolare nelle donne. Un tema destinato a far discutere ancora, mentre la ricerca continua e l’attenzione sul sonno resta alta.
