Perché abbiamo ancora bisogno di gangster story (anche se pensavamo di averle viste tutte)

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva saturazione del catalogo streaming: tra revival non richiesti, fantasy low-budget e drama riempitivi, lo spettatore medio soffre ormai di una cronica “streaming fatigue”. Eppure, c’è un genere che non sembra risentire del logorio del tempo, un porto sicuro in cui ci rifugiamo quando la complessità delle nuove narrazioni ci stanca: il crime urbano del ventesimo secolo.

Quando le maratone dei capolavori scorsesiani come Quei bravi ragazzi o The Irishman finiscono, la fame di storie di strada, codici d’onore distorti e dinamiche criminali d’altri tempi rimane intatta. È in questo preciso vuoto emotivo che si inserisce The Westies, la nuova serie MGM+ che sta intercettando una tendenza chiarissima nel comportamento del pubblico attuale: il ritorno al piacere del “genere puro”, eseguito senza pretese di reinventare la ruota, ma con una solidità d’acciaio.

Il fascino del caos contro il crimine organizzato

Se ne parla perché The Westies rievoca la parabola violenta dell’omonima gang criminale irlandese-americana che ha insanguinato Hell’s Kitchen tra gli anni ’60 e ’80. In un panorama televisivo spesso ossessionato dalla burocrazia del crimine o dai mega-cartelli internazionali, la serie focalizza l’attenzione su un microcosmo ridotto: appena una ventina di membri stabili, numericamente sovrastati cinquanta a uno dalle Cinque Famiglie della mafia italiana. Il punto di rottura concettuale che affascina gli spettatori è proprio questo scontro filosofico: il “crimine caotico” e imprevedibile della strada contro la macchina perfetta e strutturata dell’Antico Regime mafioso (rappresentato anche da figure iconiche come John Gotti). È la narrazione Davide contro Golia applicata al sangue e al cemento della New York pre-gentrificazione.

J.K. Simmons e il dettaglio che divide il pubblico

Al centro delle discussioni tra gli appassionati c’è la gestione dei personaggi, guidati da un monumentale J.K. Simmons nei panni di Eamon Sweeney, un padrino fittizio ispirato ai veri boss dell’epoca. Sweeney è il classico leader di quartiere che riceve premi comunitari e tiene discorsi strappalacrime ai funerali delle stesse persone che ha fatto giustiziare. La performance di Simmons divide e ipnotizza: il pubblico si ritrova spaccato tra l’assoluta repulsione per la sua ferocia e l’attrazione magnetica per il suo carisma millimetrico. Accanto a lui, la dinamica quasi paradossale tra i giovani protagonisti Jimmy (Tom Brittney) e Bridget (Sarah Bolger) – costantemente impegnati a raccomandarsi a vicenda di “non farsi uccidere” mentre rientrano a casa coperti di sangue – introduce una nota di dark comedy involontaria che sta generando meme e discussioni sui social, smorzando una violenza grafica che altrimenti rischierebbe di risultare ripetitiva.

Cosa dice questa serie sullo stato dello streaming

The Westies funziona come un perfetto termometro dell’industria audiovisiva odierna. Da un lato, dimostra la straordinaria capacità delle produzioni moderne di superare i limiti logistici (la serie è girata a Toronto, ma ricostruisce una Manhattan anni ’80 incredibilmente sporca, fumosa e credibile); dall’altro, svela il bisogno del pubblico di ritrovare prodotti di “Serie B nobile”. Non tutte le serie devono ambire a ridefinire la storia della televisione o a vincere quattordici Emmy. C’è una domanda enorme, spesso ignorata dagli algoritmi predittivi, di storie lineari, scritte con precisione, dove i cattivi hanno un codice d’onore residuo e i poliziotti (come il tormentato Glenn Keenan interpretato da Titus Welliver) cercano la redenzione sul fondo di un bicchiere di whisky.

Un formato destinato a durare?

La formula regge e continuerà a funzionare perché si basa sull’archetipo della lotta per il territorio e sull’inevitabilità della tragedia greca applicata ai marciapiedi di New York. Il finale della prima stagione chiude i conti principali ma lascia le porte spalancate a nuove faide, confermando che il pubblico non è stanco delle storie di gangster: è solo stanco di quelle scritte male. Finché ci saranno interpreti in grado di terrorizzare lo spettatore semplicemente abbassando il tono della voce, Hell’s Kitchen rimarrà una delle mete preferite del nostro telecomando.

By Gino Santonastaso

Segue cinema, serie TV, streaming e cultura pop. Su ItaliaGlobale cura contenuti su piattaforme come Netflix, Prime Video e Disney+, saghe cinematografiche, finali spiegati, personaggi e tendenze dell’intrattenimento digitale.

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