Immaginate la scena: file ordinate fuori dai seggi, schede elettorali pronte sul tavolo e l’eccitazione tipica delle grandi giornate democratiche. Per noi è la normalità (o quasi, astensionismo permettendo), ma per milioni di donne nel mondo questa stessa scena è stata fantascienza fino a tempi incredibilmente recenti. Quando si parla di suffragio femminile, la mente viaggia subito verso i primi del Novecento, le proteste a Londra, i film storici o il nostro storico 1946.

La realtà, però, è che la linea del tempo dei diritti civili ha dei nodi molto più vicini ai giorni nostri di quanto ci piaccia ricordare. Se pensate che l’ultimo Stato ad aver concesso il voto alle donne lo abbia fatto negli anni Settanta o Ottanta, siete decisamente fuori strada.
Il record più recente: l’Arabia Saudita e la svolta del 2015
Per trovare l’ultimo vero tassello di questa lunghissima marcia globale dobbiamo fare un salto nel Medio Oriente del XXI secolo, precisamente nel dicembre del 2015. È stato allora che, per la prima volta nella storia del Paese, le donne dell’Arabia Saudita hanno potuto non solo votare, ma anche candidarsi alle elezioni municipali.
Nota di contesto: Parliamo di elezioni locali, le uniche previste nel sistema politico del regno, ma il valore simbolico e pratico di quella giornata è stato enorme.
Le cronache dell’epoca raccontano di circa 130.000 donne che si registrarono per votare. Un numero piccolo rispetto alla popolazione totale, certo, ma un passo gigantesco se si pensa alle barriere logistiche e burocratiche di allora, come il divieto di guida per le donne (che sarebbe caduto solo tre anni più tardi, nel 2018). Più di venti candidate riuscirono persino a conquistare un seggio nei consigli locali, rompendo un soffitto di cristallo che sembrava blindato.
I casi “particolari”: tra Città del Vaticano e il Brunei
Se vogliamo essere pignoli dal punto di vista geopolitico e istituzionale, la mappa del voto presenta ancora oggi un paio di anomalie uniche nel loro genere.
- Città del Vaticano: Qui la situazione è legata alla natura stessa dello Stato. Il sovrano (il Papa) viene eletto dal Conclave, un corpo elettorale composto esclusivamente da cardinali, che per tradizione e dottrina cattolica sono tutti uomini. Non esiste un elettorato attivo o passivo femminile per la guida dello Stato. Tuttavia, papa Francesco ha recentemente concesso il diritto di voto alle donne (suore e laiche) all’interno del Sinodo dei Vescovi, un organo consultivo ecclesiale, segnando comunque una svolta storica.
- Brunei: In questo sultanato le elezioni legislative non si tengono dal lontano 1962. Tecnicamente, né gli uomini né le donne votano per il governo nazionale. Nelle rarissime consultazioni locali aperte di recente, il suffragio è formalmente esteso a entrambi i sessi, ma l’esercizio effettivo della democrazia resta fortemente limitato.
Il “ritardo” europeo che non ti aspetti: la Svizzera
Spesso guardiamo lontano per trovare incongruenze nei diritti civili, ma a volte basta superare il confine italiano per restare a bocca aperta. Molti ignorano che la Svizzera – un modello di democrazia diretta e benessere – ha concesso il diritto di voto politico alle donne a livello federale solo nel 1971, a seguito di un referendum in cui, ironia della sorte, votarono solo gli uomini.
La storia svizzera diventa ancora più incredibile se scendiamo a livello locale. Nel Canton Appenzello Interno, le donne hanno dovuto aspettare addirittura il 1990 per poter votare nelle assemblee cantonali, e solo grazie a un intervento d’imperio della Corte Suprema federale che dichiarò incostituzionale il rifiuto degli uomini del cantone.
La timeline dei diritti: chi è arrivato prima?
Per dare una prospettiva a questo viaggio nel tempo, vale la pena ricordare che la Nuova Zelanda è stata la pioniera assoluta nel 1893, seguita dall’Australia nel 1902. In Europa, la Finlandia ha guidato la fila nel 1906.
L’Italia, come sappiamo, ha vissuto il suo momento di svolta con il referendum del 2 giugno 1946, lasciandosi alle spalle il ventennio fascista e inaugurando la Repubblica anche grazie al voto femminile. Scoprire che quasi settant’anni dopo quel momento c’erano ancora luoghi in cui una scheda elettorale era un privilegio maschile fa capire quanto il concetto di “progresso” viaggi a velocità diverse a seconda delle latitudini.
La conquista del voto in Arabia Saudita nel 2015 non è stata il punto d’arrivo, ma l’inizio di una trasformazione sociale che continua a far discutere, a dimostrazione del fatto che la cultura pop e la politica digitale non possono fare a meno di monitorare questi cambiamenti storici, anche quando avvengono sotto i nostri occhi e nel silenzio dei feed social distratti.

