Il finale di American Psycho, spiegato (davvero)

Ogni volta che rivedo American Psycho con qualcuno che lo guarda per la prima volta, arriva sempre lo stesso momento: gli ultimi dieci minuti, e la faccia di chi si volta verso di me chiedendo “ma quindi è successo o no?”. È la domanda sbagliata, ma è anche quella più naturale da fare, quindi partiamo da lì.

Il finale non chiarisce se gli omicidi di Patrick Bateman siano reali o immaginati: Bateman confessa circa quaranta omicidi alla segreteria del suo avvocato, ma il giorno dopo l’avvocato liquida tutto come uno scherzo, sostenendo di aver appena cenato con una delle presunte vittime a Londra. Il film chiude sull’incertezza voluta, non su un colpo di scena che spiega tutto.

Cosa succede esattamente nella scena finale

Ripercorriamo i fatti, perché è da qui che nascono tutte le letture successive.

Bateman, ormai al collasso, lascia un messaggio isterico in segreteria al suo avvocato Harold Carnes, confessando gli omicidi di Paul Allen e di numerose altre persone, prostitute comprese. Il giorno dopo incontra Carnes di persona in un ristorante. Carnes non solo non lo prende sul serio, ma ride della confessione, la scambia per una trovata goliardica e — punto centrale — gli dice di aver cenato con Paul Allen a Londra “due settimane fa”. Aggiunge anche, en passant, che Bateman è “troppo pusillanime” per essere l’assassino di cui parla la confessione: un dettaglio che nel romanzo pesa quanto la negazione dell’omicidio in sé, perché smonta l’identità che Bateman ha costruito tutto il film.

Sconvolto, Bateman torna all’appartamento di Paul Allen dove pensava di aver nascosto i cadaveri. Lo trova vuoto, pulito, ridipinto, in vendita. C’è un’agente immobiliare che lo riconosce, si spaventa (o si infastidisce, a seconda della lettura che dai alla scena), e lo invita ad andarsene senza fare domande. L’ultima inquadratura è su Bateman seduto al bar con i colleghi, mentre la sua voce fuori campo chiude con una frase che vale la pena leggere per intero: “Questa confessione non ha significato nulla.”

“Era tutto un sogno”? Mary Harron ha risposto, e la risposta è no

Qui la maggior parte degli articoli in giro si ferma a citare Tarantino — la regista Mary Harron lo fa spesso, ripetendo: “Se te lo dico, ti tolgo il film.” Ma in altre interviste è stata più diretta di quanto sembri, ed è un punto che vale la pena riportare per intero perché smentisce la lettura più diffusa online.

Harron ha definito il finale un “fallimento” proprio perché tanti spettatori ne sono usciti convinti che fosse tutto un’allucinazione di Bateman dall’inizio alla fine. Non era l’intenzione: lei e la co-sceneggiatrice Guinevere Turner volevano un’ambiguità pari a quella del libro, non un twist alla “era tutto nella sua testa”. Turner lo spiega ancora più chiaramente: entrambe detestavano i film che si risolvono con quel tipo di colpo di scena, quindi hanno costruito una storia che resta ancorata alla realtà fino a un certo punto — dopo il quale è la percezione di Bateman a deformarsi, non necessariamente i fatti.

Nella pratica, questo significa una cosa molto specifica: gli omicidi sono presentati come accaduti, ma filtrati da un narratore sempre meno affidabile. Non è la stessa cosa di “non è successo niente”.

Il momento in cui il film smette di essere realistico (e perché conta)

C’è un dettaglio produttivo che Harron stessa indica come la vera cerniera del finale, ed è uno di quei dettagli che alla prima visione si liquida come una gag: il bancomat che, invece di dare i contanti, mostra la scritta “Feed Me a Stray Cat” (dammi in pasto un gatto randagio). Per Harron è lì che il film comincia a scivolare fuori dal realismo puro.

Poco dopo, Bateman spara a un’auto della polizia che esplode in un modo fisicamente impossibile. Christian Bale, in più interviste sul ruolo, ha descritto questo passaggio come il punto in cui il personaggio smette di essere “solo” psicopatico e diventa psicotico: perde il contatto con una realtà condivisa, non solo con l’empatia. È una distinzione clinica precisa, e il film la mette in scena senza spiegarla, il che è probabilmente la scelta di sceneggiatura più elegante di tutto il terzo atto.

Un errore che vedo spesso fare, anche da chi il film lo conosce bene, è trattare tutta la sequenza finale come ugualmente “onirica”. Non lo è: la telefonata a Carnes e l’incontro al ristorante restano girati con lo stesso registro naturalistico del resto del film. È la sequenza dell’inseguimento poliziesco a rompere le regole, non la confessione.

Gli indizi per la lettura “è tutto reale” (con un compromesso)

Chi sostiene che gli omicidi siano accaduti davvero — è la lettura più diffusa tra critica e sceneggiatori del film, anche se non unanime — si appoggia soprattutto sulla scena dell’agente immobiliare. Il modo in cui reagisce alla vista di Bateman, il modo in cui lo caccia senza fare domande, suggerisce che sappia qualcosa: magari che l’appartamento è stato ripulito da chi gestisce l’immobile per evitare uno scandalo che ne farebbe crollare il valore. È una lettura cinica e coerente con il tono satirico del film: a Wall Street, un cadavere conta meno di una svalutazione immobiliare.

Il problema è Carnes. Se gli omicidi sono reali, perché un avvocato mente su una cena a Londra con un uomo morto? La spiegazione più citata è che Carnes non stia affatto mentendo consapevolmente: ha semplicemente scambiato Bateman per un altro, l’ha già fatto altre volte nel film (tutti i giovani di Wall Street si confondono a vicenda, è uno dei temi centrali del romanzo), e la persona che ha incontrato a Londra non era davvero Paul Allen ma qualcun altro scambiato per lui. Funziona, ma richiede di accettare una coincidenza piuttosto grossa.

Cosa dice il romanzo, e perché conta ancora

Il film è tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis del 1991, e chi ha letto il libro sa che l’ambiguità lì è, se possibile, ancora più fitta: ci sono più personaggi che scambiano Bateman per qualcun altro, più momenti in cui la narrazione stessa sembra contraddirsi nel giro di due pagine. Ellis, da parte sua, ha sempre evitato di sciogliere il nodo in modo definitivo. In interviste più recenti si è concentrato più sull’eredità culturale di Bateman — diventato un’icona pop suo malgrado, tra meme e citazioni fuori contesto — che sul chiarire cosa sia “davvero successo” nella finzione.

Qui le fonti non sono unanimi, ed è onesto dirlo: alcuni biografi e critici leggono il romanzo come una satira in cui la domanda “è reale?” è vagamente irrilevante rispetto al bersaglio polemico, cioè il vuoto morale della Wall Street anni ’80. Altri insistono che Ellis abbia lasciato indizi testuali a favore di una lettura più letterale. Nessuna delle due è stata mai confermata come “quella giusta” dall’autore.

Perché il finale funziona (anche senza una risposta)

Il motivo per cui questo finale regge da venticinque anni, invece di sembrare solo un trucco frustrante, è che l’ambiguità non è un buco di sceneggiatura: è il punto del film. American Psycho non racconta la storia di un serial killer che viene scoperto o la fa franca — racconta un mondo talmente saturo di status, superficie e intercambiabilità umana che nessuno si accorgerebbe della differenza tra un uomo che uccide davvero e uno che lo immagina soltanto. Bateman stesso lo dice, quasi con sollievo, nell’ultima battuta: la sua confessione non ha significato nulla, non perché non sia stata ascoltata, ma perché in quel mondo niente ha davvero un peso.

Domande frequenti

Patrick Bateman ha davvero ucciso qualcuno in American Psycho? Il film non lo conferma né lo smentisce apertamente. La sceneggiatrice Guinevere Turner ha dichiarato che gli eventi sono pensati come “reali fino a un certo punto”, con elementi via via più surreali verso il finale. La lettura resta volutamente aperta.

Perché l’avvocato Carnes nega di conoscere Paul Allen come vittima? Sostiene di aver cenato con lui a Londra. Le due letture più diffuse sono: ha davvero incontrato Allen (quindi Bateman ha ucciso qualcun altro, o nessuno) oppure ha scambiato un’altra persona per Allen, come già successo più volte nel film tra i vari yuppie.

Cosa significa la frase finale “This confession has meant nothing”? È la chiusura della voce fuori campo di Bateman dopo l’incontro con Carnes. Riassume il tema del film: in un mondo dove l’identità è intercambiabile e lo status conta più della verità, anche una confessione di omicidio non produce conseguenze.

Il regista Mary Harron ha mai spiegato il vero finale? Ha detto più volte di non voler dare una risposta definitiva, citando Quentin Tarantino (“se te lo dico, ti tolgo il film”). Ha però chiarito di non aver mai voluto la lettura “era tutto un sogno”, che considera un fraintendimento diffuso del suo lavoro.

Il finale del film è uguale a quello del romanzo? Nella sostanza sì: anche nel libro di Bret Easton Ellis (1991) l’ambiguità resta irrisolta, con un tono ancora più frammentato. Il film di Mary Harron, uscito nel 2000 con Christian Bale protagonista, ne condensa la struttura mantenendo la stessa domanda aperta.


Non credo che American Psycho vada “risolto”, ed è probabilmente per questo che regge ancora oggi meglio di tanti thriller psicologici che spiegano tutto nell’ultima scena. La domanda giusta non è cosa sia successo a Paul Allen, ma quanto poco importerebbe, in quel mondo, se lo sapessimo con certezza.

Fonti usate per la ricerca:

By Gino Santonastaso

Segue cinema, serie TV, streaming e cultura pop. Su ItaliaGlobale cura contenuti su piattaforme come Netflix, Prime Video e Disney+, saghe cinematografiche, finali spiegati, personaggi e tendenze dell’intrattenimento digitale.

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