Il finale di Lost spiegato: perché non è opera di JJ Abrams

Se sei atterrato qui cercando “il finale di Lost spiegato da JJ Abrams” aspettandoti un video o un’intervista in cui è lui a fare chiarezza, ti conviene ridimensionare le aspettative: quel contenuto non esiste, perché il finale semplicemente non è farina del suo sacco.

JJ Abrams non ha scritto né diretto il finale di Lost. Dalla seconda stagione la gestione creativa dello show passò a Damon Lindelof e Carlton Cuse, autori dell’episodio “The End” (andato in onda il 23 maggio 2010), diretto da Jack Bender. Abrams stesso ha dichiarato di seguire la serie “da fan”, e rifiutò esplicitamente di dirigere l’ultimo episodio per lasciare quel compito a Bender.

Perché in tanti pensano che sia stato Abrams a spiegarlo

È un equivoco che vedo tornare da anni nei forum, sotto i video YouTube e nei gruppi Facebook dedicati alla serie: si attribuiscono a JJ Abrams meriti — e critiche — che appartengono quasi per intero a Lindelof e Cuse. Capita, ed è comprensibile fino a un certo punto. Abrams è il nome che compare per primo nei titoli di testa, ha diretto e co-scritto il pilot insieme a Lindelof e Jeffrey Lieber, ed è la faccia pubblica che i media associano a Lost fin dal lancio nel 2004. Nell’immaginario di chi non ha seguito la produzione dietro le quinte, “creatore” diventa sinonimo di “autore di tutto”, finale compreso.

La realtà produttiva racconta un’altra storia. Già nei primi episodi della prima stagione Abrams era impegnato sul set di Mission: Impossible III, e fu in quel momento che Carlton Cuse entrò come executive producer, proprio mentre Lindelof valutava se lasciare il progetto per il carico di lavoro. Da lì in avanti Abrams restò legato allo show più come figura di garanzia che come autore attivo: il suo ultimo credito di sceneggiatura è il premiere della terza stagione, “A Tale of Two Cities”, scritto insieme a Lindelof. Poi arrivò Star Trek nel 2009, e con quello qualsiasi ipotesi di un suo ritorno operativo sfumò del tutto.

Chi ha davvero scritto e diretto il finale

Quando a Abrams fu chiesto se avrebbe preso in mano la regia dell’ultimo episodio, la risposta fu netta: sarebbe stato un onore, disse, ma Jack Bender si era guadagnato quel diritto sul campo, stagione dopo stagione, e non aveva senso scavalcarlo all’ultimo giro. Un dettaglio che molti sottovalutano è proprio questo: Bender non era un regista esterno chiamato per l’occasione, ma uno dei pilastri della squadra creativa fin dalla prima stagione, tanto quanto Lindelof e Cuse lo erano per la scrittura.

“The End” fu trasmesso su ABC il 23 maggio 2010 in un formato esteso, due ore e mezza invece delle consuete due. Gli ascolti americani parlano di 13,5 milioni di spettatori nella finestra live, con un rating 5,8 e uno share del 15% nella fascia 18-49 anni — la metrica che contava davvero per le reti in quegli anni — e almeno 20,5 milioni di persone che ne hanno visto almeno sei minuti nell’arco della serata. Resta tra i finali di serie più seguiti nella storia della TV americana [FONTE: Wikipedia, “The End (Lost)”].

Cosa succede davvero nel finale, senza girarci intorno

Qui serve separare due piani che la serie stessa, volutamente, tiene distinti fino agli ultimi minuti.

L’isola è reale, e tutto quello che i personaggi vivono lì per sei stagioni è realmente accaduto: non un sogno, non un’allucinazione collettiva, non un aldilà travestito da avventura tropicale. Jack si sacrifica per riaccendere la fonte di luce dell’isola dopo che Desmond l’aveva rimossa, Kate, Sawyer e gli altri superstiti riescono a fuggire con l’ultimo volo. Questa parte della storia si chiude in modo abbastanza lineare, per gli standard di Lost almeno.

Il flash-sideways della sesta stagione — quella timeline in cui il volo 815 non si schianta mai — è tutta un’altra cosa. Non è una realtà alternativa generata dalla bomba di Jughead, come molti avevano teorizzato durante la stagione. È uno spazio che i personaggi hanno costruito insieme dopo la morte, ognuno nel proprio momento, per ritrovarsi e potersi lasciare andare. Lo dice Christian Shephard a suo figlio Jack, nella scena della chiesa che chiude la serie: “Tutti muoiono prima o poi. Non c’è un ‘adesso’ qui. Questo è un posto che avete fatto insieme” [FONTE: Den of Geek, “Lost Ending Explained”].

L’equivoco più diffuso: “erano morti fin dall’inizio”

Questo è il punto su cui vale la pena essere netti, perché è la lettura sbagliata che continua a circolare quindici anni dopo, spesso proprio tra chi non ha mai visto la serie per intero. No: i personaggi non erano morti fin da quando l’aereo si è schiantato sull’isola. Le morti avvengono in momenti diversi lungo tutta la timeline — alcune nella prima stagione, altre nel finale stesso, altre ancora, stando alla logica della storia, sarebbero avvenute molto più avanti nel tempo per chi è sopravvissuto.

Damon Lindelof è tornato più volte su questo fraintendimento, spiegando che non c’era modo di rispondere a tutte le domande accumulate in 119 episodi, ma respingendo con fermezza l’idea che il purgatorio riguardasse l’intera serie e non solo il flash-sideways finale. Qui però le fonti raccontano la genesi dell’equivoco in modo un po’ diverso l’una dall’altra: alcune retrospettive lo fanno risalire a una recensione uscita la sera stessa della trasmissione che fraintese proprio questo punto, altre lo trattano più come un effetto valanga dei social negli anni successivi. Non mi sento di dire con certezza quale delle due versioni sia quella esatta — probabilmente un mix di entrambe.

Come hanno reagito critica e pubblico

La sera stessa la critica di settore fu piuttosto generosa: IGN diede un secco 10/10, definendolo tra i finali più coinvolgenti mai scritti per la TV, e anche testate come USA Today assegnarono voti pieni. Metacritic si assestò su un 74/100, un punteggio “generalmente favorevole” ma già lontano dall’entusiasmo unanime.

Il pubblico, invece, si è spaccato progressivamente col passare degli anni — un fenomeno che capita spesso con i finali molto attesi, dove il tempo per metabolizzare fa emergere frustrazioni che la commozione della prima visione aveva coperto. In un sondaggio del 2014 il 53,87% degli intervistati si dichiarò insoddisfatto del finale; nel 2021 un sondaggio di OnBuy lo ha addirittura eletto il finale di serie più deludente di sempre, con il 27,3% dei voti. Carlton Cuse, interrogato su questo scarto tra reazione a caldo e giudizio col senno di poi, ha risposto con una certa onestà: lui e Lindelof accettano che lo show sia quello che è, “difetti compresi” [FONTE: Hello Magazine, “Lost: The finale that divided fans”].

Nella pratica, chi lavora con contenuti su serie tv sa bene che questo scarto tra “voto a caldo” e “reputazione a lungo termine” è quasi la norma per i finali con un impianto emotivo forte e risposte narrative deliberatamente parziali. Succede con Lost, è successo con altre serie dopo di lei: il dibattito su quanto un finale “debba” rispondere a tutto, invece di chiudere i personaggi, non si è mai davvero placato in quindici anni.

Domande frequenti

JJ Abrams ha mai spiegato pubblicamente il finale di Lost? No. Ha dichiarato di guardare la serie “da fan” come tutti gli altri spettatori, e ha rifiutato l’offerta di dirigere l’ultimo episodio, lasciando quel ruolo a Jack Bender per rispetto del lavoro fatto dalla squadra creativa rimasta.

Il flash-sideways era il purgatorio? In un certo senso sì: era uno spazio-limbo che i personaggi hanno costruito insieme dopo la morte per ritrovarsi, non un luogo fisico dell’aldilà in senso classico. Gli eventi sull’isola, invece, erano reali al cento per cento.

I protagonisti erano morti fin dall’inizio della serie? No, e Lindelof lo ha smentito più volte. L’isola e tutto ciò che vi accade per sei stagioni sono reali; le morti dei personaggi avvengono in momenti diversi lungo la timeline, non tutte insieme all’inizio.

Chi ha scritto e diretto davvero il finale di Lost? La sceneggiatura è di Damon Lindelof e Carlton Cuse, la regia di Jack Bender. È andato in onda su ABC il 23 maggio 2010 in versione estesa di due ore e mezza.

Perché il finale di Lost ha diviso così tanto il pubblico? Perché dopo sei stagioni di misteri i fan si aspettavano risposte puntuali a ogni domanda, mentre gli autori hanno scelto di privilegiare la chiusura emotiva dei personaggi rispetto alla spiegazione di ogni mistero rimasto aperto.


Chi si avvicina oggi a Lost per la prima volta, magari recuperandola in streaming tutta insieme, la guarda con aspettative diverse da chi l’ha vissuta episodio per episodio nell’arco di sei anni: e infatti è proprio tra i nuovi spettatori, spesso, che il finale funziona meglio — senza l’attesa accumulata, resta semplicemente la storia di un gruppo di persone che si è trovato e poi perduto.

Sources:

By Gino Santonastaso

Segue cinema, serie TV, streaming e cultura pop. Su ItaliaGlobale cura contenuti su piattaforme come Netflix, Prime Video e Disney+, saghe cinematografiche, finali spiegati, personaggi e tendenze dell’intrattenimento digitale.

Leggi anche